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No all’autonomia differenziata!

Già nel mese di marzo l’Assemblea capitolina aveva approvato una mozione per chiedere al Governo di sospendere ogni decisione sull’autonomia differenziata e alla Regione Lazio di non avanzare richieste di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi del comma 3 dell’art. 116 della Costituzione.
La posizione della nostra amministrazione è dunque chiara.

Questa è una battaglia che dobbiamo fare tutti insieme. Ecco perché ho promosso in Campidoglio l’incontro dal titolo “Autonomia differenziata e Lep, quale futuro?”. Con Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale Università La Sapienza; Paolo Liberati, ordinario di Scienze delle Finanze Università Roma Tre; Loretta Mussi, esecutivo Comitato per il ritiro di ogni autonomia differenziata, dirigente tecnico di sanità pubblica. E con Alfonso Celotto, ordinario di Diritto costituzionale Università Roma Tre; e Marco Sarracino, parlamentare e componente Segreteria nazionale PD con delega alla coesione territoriale, al sud e alle aree interne. L’iniziativa è poi proseguita con una serie di interventi di associazioni e cittadini.

No autonomia differenziata

Cosa dice il nuovo disegno di legge per l’autonomia differenziata?

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata è stato approvato dal Consiglio dei Ministri ed è ora in esame al Senato. Provvede alla definizione dei “principi generali per l’attribuzione alle Regioni a statuto ordinario di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” e delle “relative modalità procedurali di approvazione delle intese fra lo Stato e una Regione”. Esso concede la possibilità che, su iniziativa di una Regione, questa possa negoziare maggiori forme di autonomia con lo Stato riguardo una o più materie pubbliche. Tra queste materie è annoverata anche la tutela della salute.

La concessione di una o più “forme di autonomia” è, però, subordinata alla determinazione di quelli che vengono chiamati LEP, ovvero Livelli Essenziali di Prestazione. Sono criteri che determinano il livello di servizio minimo che deve essere garantito in modo uniforme sull’intero territorio nazionale. Di conseguenza come i LEP verranno determinati, monitorati e finanziati risulta essere un aspetto decisivo per quanto riguarda gli effetti che potrà avere questo Ddl sulla vita del Paese.

I LEP

La determinazione dei LEP e dei relativi costi e fabbisogni avverrà attraverso uno o più decreti del Presidente del Consiglio, ma su cosa si baserà la valutazione non è ancora chiaro. Attenendosi a ciò che si legge nella relazione illustrativa del Ddl, la determinazione dei costi e dei fabbisogni standard, e quindi dei LEP, avverrà a partire da una ricognizione della spesa storica dello Stato in ogni Regione nell’ultimo triennio. In altre parole, si determinerà il fabbisogno standard di una Regione in una data materia (ad esempio la salute) basandosi su quanto lo Stato ha speso effettivamente in quell’ambito negli ultimi tre anni. Così nel processo di determinazione dei LEP ci sarebbe il rischio di anteporre le necessità del bilancio statale all’individuazione dei bisogni minimi ed essenziali della cittadinanza.

Preoccupazioni per il nostro futuro

Non nascondo di essere preoccupata per il futuro del paese, da madre di due figli ai quali vorrei lasciare un paese migliore di quello di oggi. Perché stiamo assistendo a questo tentativo di smembramento del paese?
Perché invece di colmare il dislivello tra le singole regioni e parlare di interventi di perequazione si procede ad un consolidamento delle posizioni di divario?
Perché non si percepisce, nella società civile, nei media, nel dibattito pubblico, una seria opposizione a questa scellerata proposta?
Perché la destra di Fratelli d’Italia, attenta a questi temi (Dio, Patria e Famiglia) non prende una posizione netta su un tema così divisivo?

La risposta è che la lega di Salvini, superata a destra da Fratelli d’Italia, per ricompattare il proprio elettorato sta riscoprendo i valori identitari delle origini, della Lega di Bossi. Infatti, dopo aver tentato con la secessione negli anni novanta, proposta miseramente naufragata, ha poi riprovato con il federalismo fiscale, anch’esso fermato. Ed ora è passata all’Autonomia Differenziata. Cioè il vecchio progetto della Lega di dividere l’Italia per macroaree economiche, consolidando il divario tra cittadini di serie A e serie B.

Il rispetto della Costituzione

Il nostro non è un giudizio ideologico. Assolutamente. Le nostre riflessioni e la nostra presa di posizione partono dalla piena consapevolezza e dal rispetto della Costituzione.
L’Italia è una e indivisibile, unità che non può essere pregiudicata da un progetto di autonomia molto discutibile.
La riforma del Titolo V ha aperto la strada a forme di autonomia, ma è doveroso che dalla politica si trovino soluzioni che non dividano.
Siamo, tra l’altro, in una fase storica in cui dobbiamo ricucire il Paese. Il rilancio e la rinascita, dopo la fase pandemica, passano dal mettere tutti nelle stesse condizioni. Deve esserci cioè un unico motore di crescita.
Non possiamo immaginare, ad esempio, la scuola, i servizi essenziali con marce diverse, magari sempre a vantaggio delle regioni già più avanti. A farne le spese saranno sempre i più deboli. E’ il caso della sanità che rischia ulteriormente di essere frammentata mettendo a serio rischio il diritto costituzionale alla salute.
Tutto questo l’ho ribadito anche durante la Festa dell’Unità di Roma, sul palco centrale, davanti ai tanti cittadini coinvolti da questo tema.

No autonomia differenziata

Tutelare i diritti

Dobbiamo tutelare i diritti civili e sociali, altrimenti il divario e le disuguaglianze saranno sempre più evidenti.
Così come proposta, la riforma Calderoli produrrà effetti nefasti. Non è un caso che nelle ultime settimane siano emerse posizioni critiche su più fronti. Mi riferisco all’Anpi, ai rilievi provenienti dalla stessa Banca d’Italia, ma anche alle dimissioni di quattro autorevoli esponenti del Comitato per i Lep, chiamati a definire i Livelli Essenziali delle Prestazioni.
Le dimissioni di due ex presidenti della Corte Costituzionale, di un ex presidente del Consiglio di Stato, e di un ex ministro della Funzione Pubblica, sono un segnale chiaro ed inequivocabile che questa riforma non regge e non ha basi solide.
E credo che anche nella stessa maggioranza di Governo non ci siano idee chiare e una condivisione convinta. Basta guardare al numero di emendamenti presentati da Fratelli d’Italia.

È a rischio la riforma costituzionale per Roma Capitale

Con l’autonomia differenziata, rischiamo di compromettere anche l’iter parlamentare per arrivare alla riforma costituzionale per Roma Capitale. Roma, coerentemente con il suo ruolo di Capitale, ha bisogno di affrontare e governare con gli strumenti necessari e adeguati un territorio dalle grandi potenzialità. Siamo dunque preoccupati che tutti gli sforzi, che hanno visto nella passata legislatura un’ampia convergenza politica, siano vanificati dalla riforma Calderoli.
Inoltre, con lo smembramento delle competenze statali a vantaggio delle Regioni, comporterebbe anche uno svuotamento dei Ministeri, con effetti negativi sulla città di Roma.

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Scritto da Emanuele Forlivesi

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